Resistenza all'assuefazione

 

 

La mostra in omaggio a Robert Capa “La realtà di fronte” presso Villa Manin a Codroipo (UD), è stata prorogata fino al 2 febbraio, a causa probabilmente del grande afflusso di interesse che vi si è scatenato intorno.

Varcando l’ingresso s’intraprende un viaggio sulle tracce di quella che è stata l’intensa, purtroppo breve, esistenza di questo grande fotografo che ha saputo trasmettere gli orrori della guerra attraverso gli occhi di un bambino volti al cielo.

“La foto è la sezione di un fatto che mostra la realtà vera a chi non era presente molto più di quanto possa fare l’intera scena… Capa prova un profondo senso di empatia umana per gli uomini e le donne rimasti intrappolati nella realtà” con questa citazione John Hersey, giornalista e scrittore statunitense, descrive in pochi versi il modus operandi di Capa, ponendo l’accento su quanto doveva essere complesso addentrarsi in confini violati, territoriali e personali.

Vite stravolte, tranciate via da una realtà troppo dura per essere accettata, paesi scomposti in cui il subbuglio reazionario delle vittime era l’unica cosa che denotava ancora la presenza umana.Capa stesso scrive “non è facile starsene sempre da una parte senza poter fare nulla tranne registrare le sofferenze che vedi intorno a te” e forse non c’è affermazione più forte a giustificazione del fatto che il fotografo si è trovato immerso in una guerra personale tra la volontà di documentare e l’impotenza che questo comporta.Molte fotografie, anche quelle di reportage che sembrano più casuali e spontanee, sono costruite in funzione del messaggio da comunicare.Per quanto l’occhio del fotografo cerchi sempre un “ordine” da seguire per la realizzazione del suo lavoro, nelle immagini di Capa l’unico collante sembra essere la ricerca di contatto con la condizione in cui si trovava a vivere.

Le sue fotografie erano di forte impatto all’epoca in cui sono state scattate per il soggetto che veniva ritratto, la guerra, grande macchina tritacarne; oggi, sono potenti dal punto di vista espressivo per il coinvolgimento personale che da esse emerge.Non ha perso di vista le persone incontrate, la necessità di realizzare immagini non si è mai sovrapposta alla delicatezza dell’approccio con cui si avvicinava ai suoi soggetti.In un periodo in cui siamo abituati a vedere di tutto, la vista e la mente sono sottoposte ad assuefazione di fronte ai disastri che l’uomo continua a compiere inesorabilmente.

Molto di quanto visualizziamo sui nostri “amici” schermi è creato ad hoc per sconvolgerci oppure per rassicurarci, rendendoci così menti veicolate che viaggiano alla stessa velocità in cui si muove l’indice sul dispositivo elettronico.La spettacolarizzazione degli eventi di varia natura è diventata una pratica abituale, con la conseguente perdita, da parte sia di chi fotografa sia di chi osserva, della capacità di accostarsi lentamente all’immagine per comprendere la storia che vuole raccontare.

La narrazione è una componente fondamentale dell’identità, poiché solo grazie al filamento coerente delle storie possiamo essere consapevoli di chi siamo e ricomporre la nostra esistenza nel corso del tempo, riconoscendo agli altri lo stesso valore.

Spettatori disumanizzati, diventiamo carnefici nel momento in cui smettiamo di indignarci di fronte a quello che ci viene presentato, accettando come dati di fatto immutabili situazioni che sono invece culturalmente costruite e che anche il silenzio contribuisce a lasciar scorrere come acqua nei fiumi. 

 

 

Marta Viola

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