Narcisismo e fotografia

 

 

Sin dai tempi della dagherrotipia circolò l’idea che possedere il mezzo per fermare la realtà e, quindi, la propria esistenza, era il modo migliore per registrarla e affermarla, costringendo gli occhi altrui al riconoscimento del soggetto in questione.

Tutto ciò determina la creazione di status symbol, avvia la “moda” dell’espressione manifesta del proprio ruolo nella società. Già per le prime famiglie borghesi che sperimentarono la possibilità di farsi fotografare emerse immediatamente l’importanza di un tale gesto per sottolineare il sistema sociale di appartenenza, oltre a permettere la trasmissione di uno stile di vita e delle tradizioni insite in esso, dando la prima impronta a quei modelli culturali che sarebbero stati destinati in seguito a influenzare fortemente le masse.

La fotografia permette di possedere tutto ciò che ritrae, facilita la possibilità di riconoscersi e legittimarsi come creatori e proprietari dell’immagine. In un’epoca che vede, in particolar modo a partire dal novecento, l’ascesa del narcisismo come caratteristica costante dell’essere umano, viene da domandarsi se la fotografia sia causa o conseguenza di questo fenomeno, o quantomeno quale sia la sua influenza, di fatto indiscutibile.

La necessità di esplicitare un’apparenza, più o meno fittizia, per definire la propria identità, senza il cui processo la persona si vede negata anche a se stessa, si fa strada prepotentemente e assume il comando. Italo Zannier sostiene che la “memoria” dell’uomo ha sempre cercato garanzie nei segni, processo che ha portato all’evoluzione della nostra cultura, in cui l’immagine dai disegni arcaici è giunta alla fotografia, attraverso la quale essa viene riproposta così dettagliatamente da costituire una realtà altra.

La favola fotografica esclude l’errore, taglia e cuce il meglio del presentabile, mascherando l’inesperienza ad esempio con i filtri preimpostati di applicazioni per smartphone. Anche il passaggio dalla fotografia digitale alla fotografia analogica viene spesso ignorato, soprattutto dai più giovani, che di conseguenza adottano uno stile molto diretto ma anche superficiale alla lettura dell’immagine. Al contrario capita che coloro che utilizzavano la pellicola non si siano voluti adeguare alla rivoluzione informatica che ha travolto anche la fotografia, tralasciando di riconoscere i vantaggi in essa presenti.

Avvolti da una tecnologia pervasiva, dalla quale o si viene risucchiati o ci si tiene a distanza di sicurezza, non è più così semplice comprendere il significato di quest’arte nella sua espressione così diretta verso il mondo e democraticamente aperta a tutti.

 

 

Marta Viola

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