Ho paura del mondo e allora lo fotogafo

 

 

Fotografia che ferma il tempo, l’attimo vitale con la capacità di ricordare un momento passato, che è terminato per sempre.

Al suo interno si possono riconoscere le antitesi di vita e di morte, contrasto degli estremi dell’esperienza umana.La duplice funzione della fotografia, che emerge contraddittoria nella sua essenza, come processo e prodotto allo stesso tempo.

Espressione della possessione del ricordo e la separazione da ciò che non è presente.La fotografia imprime la realtà a ogni scatto, fissa il suo movimento e, inevitabilmente, lo uccide. Ma ugualmente dona dignità a un passato che necessita di essere ancora vissuto e presente.Nel superamento della perdita, il ruolo del ritratto è fondamentale nell’elaborazione del lutto, fungendo da supporto emotivo di elaborazione psichica della sofferenza.Le fotografie danno sostanza ai ricordi, riempiono vuoti. Permettono di prendere le distanze, di osservare fenomeni da un’altra prospettiva, con un coinvolgimento diverso. La posizione del fotografo richiede presenza fisica ma estraneità emotiva ai fatti.

Come sostiene Susan Sontag: “Fotografare è un atto di non intervento. Chi interviene non può registrare, chi registra non può intervenire”.

Da sempre la fotografia è accompagnata da una sorta di voyeurismo fotografico per cui il fotografo è perennemente invischiato nella ricerca affannosa di soggetti da rappresentare, oltrepassando alle volte lo spazio vitale ed emotivo.Nel film “la finestra sul cortile” si realizza proprio l’invasione del campo altrui, giustificato dalla professione fotografica che maschera una curiosità puramente personale applicata al settore.

Si profila, soprattutto negli ultimi tempi, un uso ossessivo della macchina fotografica, utilizzata come meccanismo di difesa, per cui la realtà esiste solo in funzione della sua rappresentazione.La funzione descrittiva della fotografia si manifesta in tutta la sua potenza, in parallelo a quella dell’autobiografia ad esempio, entrambe portatrici del messaggio per cui risultano degne di essere vissute solo le parti di vita fotografate, narrate e trascritte nero su bianco. La persona sceglie cosa mettere nel suo resoconto di realtà, quali sono i fotogrammi da inserire e quelli da scartare.

Si sezionano parti di vita, tagliando le espressioni che piacciono e sono accettate, eliminando parti che hanno cambiato significato con il tempo.

Si diventa protagonisti della propria storia e registi influenti sulla produzione finale da mostrare a un pubblico immaginario.

Ma soprattutto, si lavora con un materiale che fa parte solo di quello che si è scelto di fotografare. Il resto, non esiste.

Così la fotografia diventa il mezzo per aggirare ostacoli, relegandoli negli angoli bui delle cose da dimenticare.L’uso opposto della fotografia permette invece di affrontare tutta una serie di ostacoli, mettendo in risalto il lato “curativo” che quest’arte presenta naturalmente.

Il lavoro di Diane Arbus, esemplare esempio di crescita artistica e personale della fotografa, è intriso di ricerca verso l’ignoto che spaventa. Nel suo caso però il mezzo fotografico funge da ponte verso tutto ciò che per lei era inquietante e di cui aveva paura. Grazie alla fotografia ha compreso i suoi limiti, è andata a cercarli uno alla volta negli ambienti più sconosciuti e rigettati dalla società benpensante, per affrontarli e superarli.

 

"Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate”  Diane Arbus

 

 

Marta Viola

P.IVA  02040800670

©2020 Marta Viola | All right reserved