Fotografia e follia

 

 

Fotografia e psicologia hanno in comune molto più di quanto si possa pensare, come la capacità di cogliere sfumature emozionali e di soffermare l’attenzione su dettagli sottili quanto fondamentali nell’ambiente.L’utilizzo della fotografia nel settore terapeutico non è una novità degli ultimi giorni, anche se sembra essere comparsa solo recentemente nel panorama dell’arte terapia.

L’invenzione della fotografia va di pari passo con lo sviluppo della conoscenza dei disordini mentali, e sicuramente i due settori in questione si sono aiutati a vicenda nel processo di affermazione sociale.La psicologia, o meglio il suo oggetto di studio, offriva materiale da ritrarre di grande interesse e, allo stesso tempo, la fotografia ha potuto far conoscere l’importanza del ritratto nella conoscenza umana.

Un esempio di questo processo è dato proprio a cavallo tra Ottocento e Novecento, quando si sviluppò la fisiognomica, di cui Cesare Lombroso fu il più grande sostenitore, che affermava la possibilità di comprendere caratteristiche di personalità a partire dai tratti fisici.Il ritratto parlava molto più di qualunque referto clinico, era indicatore di una particolare condizione di sofferenza e, senza promuovere gli aspetti della fisiognomica a cui non sono mai state riconosciute basi scientifiche, non si può negare il fatto che le immagini rappresentative di una persona hanno una grande influenza nell’interpretazione che viene di conseguenza sviscerata a riguardo.Hugh Welch Diamond (1809-1886) fu psichiatra e fotografo, dando il primo e fondamentale contributo nell’integrazione di questi due ambiti rendendo pubblico il suo lavoro di ricerca e permettendo una lettura comunitaria da chiunque avesse interesse aumentando la consapevolezza su questa nuova entità: la mente umana.

Nel 1852 realizzò una serie di ritratti volti a illustrare i diversi tipi di follia con cui lui era venuto in contatto nel manicomio dove era Direttore del Dipartimento femminile, il Surrey County Lunatic Asylum. L’anno successivo presentò una relazione in cui esponeva la sua convinzione riguardo l’utilità della fotografia per gli scopi che si proponeva la psichiatria.

Aveva ben compreso, infatti, come nella foto la paziente non fosse più solo un soggetto da esperimento, ma recuperava capacità d’interazione con l’immagine fotografica. Emerge così l’effetto terapeutico di questa tecnica, fin dai suoi esordi. Chiaramente perché potesse affermarsi in maniera autonoma e organizzata per il raggiungimento di obiettivi volti al benessere era necessario uscire dal contesto di fine Ottocento e creare una società adatta ad accogliere un tale sguardo sulla realtà e sui disturbi mentali.

Come sottolinea molto bene Gianni Berengo Gardin, da sempre interessato a tutto ciò che appartiene alla vita sociale, il fotografo ha il compito fondamentale di dare dignità a ciò che fotografa, dato che è sempre testimone di quello che sta osservando, momento unico e irripetibile.

 

 

Marta Viola

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