quello che resta

il ciclo delle macerie

Cos’è casa? Un luogo sicuro, il nostro territorio. Le pareti delimitano l’area in cui ci muoviamo con più naturalezza, in cui condividiamo azioni quotidiane con gli affetti più vicini. Uno spazio in cui ci sentiamo protetti e noi stessi. La casa e gli oggetti che la riempiono parlano di chi siamo, sono il prolungamento della nostra identità. Vedo nelle macerie lampi di colore, sono gli oggetti più diversi che si riaffacciano al cielo. A crollare non è solo l’abitazione, ma tutto quello che c’è dentro. Le cose che ci appartengono sono vissute, investite di significato. Nell’epoca del consumismo, ci sono cose che non si possono ricomprare. Semplicemente perché non hanno lo stesso valore affettivo. Quello che noto tra gli oggetti estratti sono molte fotografie. Gli addetti ai lavori mi raccontano che le persone chiedono soprattutto di poter riavere le immagini. Il bisogno di una memoria che resta intatta, anzi si rafforza. La carta diventa più forte della pietra che crolla. Forse rappresentano questo le fotografie, una forma di resistenza. Fotografie realizzate dopo il sisma che ha colpito il centro Italia nel 2016 in collaborazione con l'osservatorio Lo stato delle cose.

Dentro la Cosmari, a Tolentino

Ottobre 2017

A Tolentino l’appuntamento è alla Cosmari, l’azienda che si sta occupando di smaltire le macerie del terremoto nei comuni delle Marche, in particolare nella provincia di Macerata. Ci sono anche i militari con i loro mezzi pesanti che collaborano a questo lavoro, camion carichi di macerie fanno avanti e indietro tutto il giorno da mesi. Le macerie vengono pesate ogni volta, così da avere sempre i dati sul quantitativo pervenuto. Il materiale raccolto viene depositato in aree apposite, dove poi vengono divisi (il legno dal ferro, la pietra dalla plastica…). Addetti con tute bianche e mascherina separano manualmente gli oggetti ritrovati dal resto delle macerie, li mettono in bagnarole e cassette di plastica per portarle altrove. Il primo passo per tornare dai loro proprietari.

Scorro gli scatoloni nel punto di raduno degli oggetti ritrovati e messi da parte, in attesa di essere restituiti. Sembrano quasi animati, vederli impolverati su scaffali anonimi e dentro scatole di cartone mi fa pensare che forse anche loro hanno voglia di essere riposizionati nelle loro case. Sono decontestualizzati in quel magazzino, eppure portano con sé narrazioni diverse e dense di personalità. Fanno un lungo giro prima di raggiungere i loro proprietari. Restano fra le macerie a lungo, perché il lavoro è tanto e nonostante siano diversi mesi che si lavora ininterrottamente resta ancora tanto da fare. Vengono prelevati, insieme a tutto quello che c’è nel luogo del disastro, e poi scaricati in capannoni appositamente predisposti.

Qui ci sono uomini coperti di bianco che a mano separano i materiali, si portano dietro una bagnarola o una cassetta di legno per metterci dentro eventuali oggetti intatti. Uno di loro mi dice: “Le persone sono affezionate a cose che magari non sembrano di valore. Una signora era molto felice quando le abbiamo fatto riavere una coperta. Ci ha detto che era di suo padre quando era in vita, per questo era molto importante per lei”.

L’ultima tappa della giornata è la frazione di Sassotetto nel Comune di Sarnano, proseguendo verso la montagna dove ci sono gli impianti sciistici. Lungo la strada panoramica arriviamo al piccolo borgo composto da case ormai quasi tutte distrutte. Una gru è a lavoro per la demolizione, al suo fianco un camion per la raccolta occupa quasi tutta l’area asfaltata e impedisce il passaggio. Un uomo osserva il braccio metallico aggredire quello che resta. Le mura smembrate non sono quelle della sua casa, ma è l’unica persona rimasta a vivere lì. Si è trasferito nella stalla adiacente alla sua casa inagibile, perché di qui non se ne vuole andare. E’ l’unico ad assistere alla demolizione, a vedere ridotta in briciole questa casa nel nulla che resta del suo paese prima che le macerie si mettano in viaggio per la Cosmari.

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PicenAmbiente: le macerie di Arquata del Tronto

Novembre 2017

Il punto di raccolta è situato a Monteprandone, a pochi chilometri dalla costa. PicenAmbiente segue i lavori nell’area di Arquata del Tronto e paesi limitrofi colpiti dal sisma. Qui mi dicono che il capannone è per un utilizzo temporaneo. Una volta finito il lavoro per il terremoto non ci sarà più niente. C’è una stanza con uno scaffale dove sistemano in prima battuta i beni personali. Dal soffitto di questo grande stabile scende periodicamente dell’acqua vaporizzata, mantiene il cumulo di macerie umido. Ma la polvere è così tanta e avvolgente che resta nell’aria e si respira finché non ci si allontana. Ci sono decine di militari al lavoro, li trovo negli uffici e a ordinare il materiale in scatoloni da riconsegnare.

Arquata del Tronto sembra essere stata travolta da qualcosa di ancora peggiore di un terremoto. Sembra l’esito di un bombardamento. Lo scenario è surreale. Brandelli di materia si stagliano sopra la mia testa, immobili. Non riesco a fare niente, sono tramortita dalla distruzione che impregna anche l’aria. Prendo la macchina fotografica, ho bisogno di un filtro per digerire quello che vedo. Mi arrampico dietro la gru che senza fatica risale i cumuli di detriti. Tutto è ricoperto di polvere, anche io sento lo strato di aria pesante aderire ai vestiti. Mi trovo in quello che era il centro del paese, è pieno di cose personali.

Trovo spartiti musicali, trofei sportivi, scarponi da sci, libri, documenti. Ogni oggetto che vedo mi porta a immaginare il proprietario. Mi chiedo se sia vivo o no. Guardo le case distrutte e non riesco neanche a immedesimarmi in chi ha perso tutto lì dentro. La bandiera italiana svetta timidamente sul cumulo di macerie, sembra quasi vergognarsi di essere in quel luogo. Un piccolo rettile di gomma con la bocca spalancata, quasi a urlare di dolore, davanti a tanto sgomento. Lo fotografo così com’è, sembra essere lì apposta per un ritratto.

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